L’Italia s’è desta. Finalmente gli italiani, così come gli spagnoli e i greci, hanno deciso di scendere in piazza per manifestare il loro dissenso (in certi casi vera e propria "rabbia costruttiva") contro i governi dei tecnici inviati da Bruxelles, Francoforte e Wall Street. Gli emissari dei poteri forti che stanno dissanguando gli stati, al solo scopo di tenere in piedi la moneta più stupida del mondo e mantenere intatte le posizioni di privilegio dei grandi gruppi finanziari e della minoranza benestante
della popolazione che vive di rendita e non di lavoro. Sabato 27 ottobre a Roma ci sarà una grande manifestazione dallo slogan più che mai azzeccato e pertinente, a cui ognuno potrà dare la propria connotazione: No Monti Day. Non vogliamo più Mario Monti e la sua cricca di cialtroni, che hanno peggiorato e non poco le condizioni finanziarie, politiche ed economiche dell’Italia. Non vogliamo più la finanza e i "mercati" come unici enti dirigisti e monopolisti della politica economia di un paese democratico, riportando l'accento sui diritti dei cittadini e le dinamiche del bene comune. Non vogliamo più i presunti tecnici mai eletti democraticamente che di tecnica economica capiscono poco o nulla e difendono in modo più che mai evidente e palese interessi plutocratici e privatistici diversi da quelli collettivi.
Queste ultime affermazioni vanno ovviamente motivate, ma non lo farò tanto con le mie parole che possono essere troppo faziose e di parte, quanto con quelle di un vero tecnico che lavora ogni giorno sui dati e sui fatti: il presidente della Corte dei Conti Luigi Giampaolino. Il funzionario pubblico ha già fatto sapere ieri agli incompetenti pivelli al governo ammantati dall’aura fumosa del tecnicismo che la loro gestione è stata un disastro e forse farebbero meglio a ritornare nelle aule dell’università a studiare un po’ di tecnica economica. L’occasione è ufficiale e non ufficiosa, ci troviamo all’audizione di fronte alle Commissioni Bilancio riunite di Camera e Senato per commentare il Documento di Economia e Finanza (DEF), presentato dal governo. Cominciamo con la prima stoccata. “La somministrazione di dosi crescenti di austerità e rigore al singolo Paese, in assenza di una rete protettiva di coordinamento e di solidarietà, e soprattutto se incentrata sull'aumento del prelievo fiscale, si rivela, alla prova dei fatti, una terapia molto costosa e in parte inefficace. E che, neppure, offre certezze circa il definitivo allentamento delle tensioni finanziarie”. Tradotto in sintesi: aumentare le tasse in periodo di recessione è una scelta folle che non serve nemmeno a rassicurare i “mercati” e abbassare lo spread, visto che fra l’altro non esiste in Europa alcuno strumento compensativo che consenta al singolo stato di redistribuire per altra via i soldi sottratti con le tasse. Continuiamo. “Esiste il pericolo di un corto circuito rigore/crescita, favorito dalla composizione delle manovre correttive, per quasi il 70% affidate, nel 2013, ad aumenti di imposte e tasse, con la pressione fiscale prevista oltre il 45% nell’intero triennio 2012-2014”. Ovvero, con un tale livello di tassazione, aumentato fino all’inverosimile per conseguire l’arbitrario e inutile obiettivo del pareggio di bilancio, non è possibile prevedere alcuna crescita economica, dato che per ovvie ragioni le persone e le imprese avranno meno soldi da spendere e da investire. E infatti Giampaolino ribadisce poco dopo che “il pareggio di bilancio conseguito con queste modalità appare un equilibrio precario. Con un alto livello di entrate e di spese pubbliche – oltre che con un’inflazione in rapida risalita – la compressione del reddito disponibile di famiglie e imprese non può, infatti, non generare una caduta dei consumi e degli investimenti”. Eureka! Quindi esiste, in carne e ossa, in Italia, aggirandosi indisturbato fra i corridoi dei palazzi del potere, qualcuno che ragiona e che abbia studiato quantomeno le tabelline. Attenzione però, perché lo stesso Monti qualche settimana fa aveva avvisato tutti che le sue riforme sarebbero state recessive nel breve periodo, assicurando comunque che il sacrificio immediato sarebbe stato compensato da una strabiliante crescita economica nel medio-lungo termine. La solita storia, di derivazione più o meno mistica e dogmatica, di soffrire oggi concretamente e sicuramente in attesa di una redenzione eterna per nulla certa e sicura, che con ogni probabilità e facendo i debiti scongiuri non arriverà mai. Un atteggiamento malsano e insensato che lo stesso Giampaolino stigmatizza in questo modo: “Il rigore di bilancio, da solo, non basta, se manca una crescita dell’economia su cui appoggiare la sostenibilità di lungo periodo della finanza pubblica. L’azione di governo apre fondamentali prospettive di recupero per l’economia italiana, tuttavia non si può non rilevare come i risultati attribuiti al programma di riforme abbiano una dimensione insufficiente per colmare il vuoto di domanda apertosi a partire dal 2007.” E’ confermato. Qualcuno quindi in Italia capisce che l’economia si basa soprattutto se non esclusivamente sulla spesa e sulla domanda, mentre se nessuno chiede e consuma beni e servizi, la maggiore offerta prodotta dalle aziende, ottenuta magari grazie ad improbabili e ambigue impennate di produttività che servono soltanto a ridurre i salari dei lavoratori ed aumentare i licenziamenti, va a finire fra le scorte di magazzino e negli inventari delle merci invendute. Stiamo parlando sempre di logica e di matematica, non di economia. Ma capendo forse di stare interagendo con degli infingardi provenienti da ambienti finanziari assolutamente estranei agli interessi nazionali, il cui unico obiettivo è estorcere subito, hic et nunc, soldi alla gente per rimborsare i loro mecenati della finanza, Giampaolino si prodiga anche a spiegare a questi mercenari rimbambiti cosa bisognerebbe fare per risanare i conti pubblici in un’ottica non speculativa ma di lungo periodo: “Necessario è dunque rafforzare la strategia per la crescita, affidando a essa obiettivi più ambiziosi di quelli finora adottati. Gli interventi per la crescita sono solo in parte riforme senza spesa. E sicuramente richiedono che si apra una prospettiva di riduzione della pressione fiscale. E per questo sarà necessario agire con ancora maggiore determinazione in direzione di una attenta selezione della spesa”. Sembra quasi che il funzionario pubblico voglia suggerire in un ultimo disperato tentativo la ricetta giusta agli scellerati ministri del governo Monti e ai politicanti di centro, di destra, di sinistra che li appoggiano: “Volete rubare soldi agli ignari contribuenti? Ma fatelo bene, Cristo! Perché fra poco qui salta tutto, baracca e burattini!”. Quindi non tagli indiscriminati a pioggia e aumento della pressione fiscale, ma selezione della spesa pubblica, che riesca a trasferire parte delle spese correnti per consumi, sprechi, corruzione in spesa in conto capitale per gli investimenti di lungo periodo. Questo sarebbe quantomeno un primo passo da manuale per fornire qualche speranza di ripresa all’economia italiana, a cui come sappiamo dovrebbero seguirne tanti altri, non ultimo l’uscita definitiva dalla gabbia dell’euro, il ritorno alla lira e il recupero di una gestione attiva, autonoma ed efficace della politica economica. Siccome siamo diffidenti per natura e non ci fidiamo troppo delle parole del tecnico superpartes Giampaolino, vediamo adesso un po’ di freddi numeri e prestazioni eccellenti da archiviare alla storia dopo un anno scarso di governo Monti, per rinfrescarci la memoria: 1) Il PIL è crollato nel 2012 e chiuderemo al -2,5/-2,7% (ben il 2,0-2,5% meno della media UE, mentre negli ultimi 15 anni crescevamo “soltanto” dello 0,7/1,0% in meno rispetto alla media europea) 2) Sono stati creati 800.000 nuovi disoccupati, 200.000 nuovi cassaintegrati, 400.000 lavoratori sono passati dal full time al part time 3) Sono crollati la produzione industriale, i consumi, gli investimenti, con percentuali che per settore e comparto vanno dal 2% fino all’8%-9% 4) Sono peggiorate brutalmente le finanze pubbliche: il debito pubblico cresceva nel 2010 e nel 2011 di circa il 2% all’anno, con Monti siamo arrivati al +7% in un solo anno (dal 120% al 127%), ed il deficit di bilancio non ne vuole sapere di ridursi per raggiungere quell’agognato e più che mai inutile pareggio di bilancio nel 2013 5) L’inflazione è salita in un solo anno dal 2,2% al 3,3%. Una vera sciagura, che ha davvero pochi precedenti nella storia repubblicana. Tuttavia ricordando ancora una volta che il professore Monti non ha mai lavorato per conto della Repubblica Italiana, ma è chiaramente al soldo e alle dipendenze di altri committenti che si trovano sparpagliati nei consigli di amministrazione delle maggiori banche e società finanziarie del mondo, dalla Goldman Sachs alla Deutsche Bank, da Morgan Stanley a Credit Agricole, non bisogna stupirsi troppo se per lui questi dati siano il frutto di un grande successo, che hanno consentito in vario modo a questi interlocutori internazionali di incassare il bottino del furto commesso in Italia. Per capire in quale modo scrupoloso ed egregio Monti e la sua banda di briganti stiano svolgendo il compito e siano in pari con il programma, basta ricordare brevemente alcuni passaggi fondamentali: la garanzia statale apposta in fretta e furia a dicembre sui prestiti e sulle obbligazioni bancarie con il decreto salva-Italia (meglio noto come salva-Banche), i €2,6 miliardi accreditati a gennaio alla Morgan Stanley per chiudere anticipatamente una posizione in contratti derivati, i €3,9 miliardi regalati a giugno alla banca fallita Monte Paschi di Siena per acquistare le sue obbligazioni spazzatura, i €10 miliardi forniti a settembre al fondo di strozzinaggio MES, che verranno utilizzati per acquistare titoli di stato di Germania, Finlandia, Olanda, alla faccia della sua iniziale funzione di solidarietà e sussidiarietà per aiutare i paesi della periferia più in difficoltà. Cosa volete che sia una manifestazione di qualche centinaio di migliaia di persone per un personaggio di tale portata, che ha ancora la faccia tosta di presentarsi agli elettori come il salvatore della patria, il deus ex machina dell’economia e viene servilmente e viscidamente incensato da tutti gli organi della propaganda di regime come se fosse un santo. Bazzecole, puri effetti collaterali di cui non tenere alcun conto, perché le èlite al potere hanno vinto e il popolo, la democrazia, la gestione razionale e accorta dell’economia hanno perso. Questo è l’unico fatto, l’unico dato che per il professore ha una certa rilevanza. Parafrasando il nome del sito da cui sono stati ricavati alcuni di questi numeri, per Mario Monti il fatto che sarebbero sorte proteste popolari spontanee contro la sua gestione dissennata, sfacciatamente a favore delle banche e contraria al benessere comune, era un Rischio Calcolato. Lui lo sapeva già e il suo obiettivo era solo quello di riuscire ad arraffare più soldi possibili agli italiani prima di essere scoperto ed essere costretto a fuggire con l’elicottero dal tetto di Palazzo Chigi. Come accadrà molto presto a Monti, o a chi per lui, e ai suoi compari Rajoy e Samaras, perché la Storia insegna, non fa salti e sta andando tutta in questa direzione. La Manifestazione a Roma del 27 ottobre rappresenta quindi un primo passo per consentire alla Storia di fare il suo corso, dando un immediato foglio di via a Monti e a tutti i politici collusi dell’ancien régime che fino ad oggi lo hanno sostenuto (Bersani, Berlusconi, Fini, Casini) e sperando che dopo di loro si apra davvero una nuova fase costituente di rinascita per il nostro Bel Paese svilito e bistrattato. Madrid e Atene sono già sul piede di guerra e attendono solo il segnale da Roma, per ripartire al contrattacco. Chiunque si metterà alla testa di questi cortei deve sapere però che non esiste più spazio per i compromessi: non si può dire No al Fiscal Compact e nello stesso tempo dire Sì all’euro, perché sono due facce della stessa medaglia e non può esistere l’uno senza l’altro e viceversa. Per capire meglio questo punto, basta ricordare cosa accadde all’ex primo ministro greco Papandreou quando paventò la possibilità di chiedere la legittimazione referendaria ai cittadini per ratificare le severe imposizioni di austerità incluse nei pacchetti di salvataggio e riprese nel Fiscal Compact: da Berlino e da Francoforte arrivarono precisi diktat per cambiare significato al referendum e indirizzarlo verso l’uscita o la permanenza nell’euro, perché la moneta unica a trazione tedesca esiste soltanto se vengono avallati dai paesi membri accordi capestro repressivi come il Fiscal Compact, il Six Pact, il Meccanismo Europeo di Stabilità. In caso contrario, in un’ottica puramente tedesca, la moneta unica sfuma, si dissolve nell’etere, non ha più senso di esistere, perché non sostiene più gli affari delle multinazionali e le circolazioni massicce di capitali esclusivamente privati e non pubblici, che tanti profitti hanno e stanno ancora procurando ai grandi gruppi bancari transfrontalieri. Sperare di poter rimandare al mittente il Fiscal Compact e contemporaneamente continuare a rimanere nella zona euro, è pura demagogia senza senso e senza futuro, perché Berlino non lo permetterebbe mai e qualunque capo di governo si mettesse di traverso sugli accordi già presi verrebbe poi messo con le spalle al muro come è accaduto a Papandreou: o Fiscal Compact o fuori dall’euro. Gli unici due paesi dell’Unione Europea che si sono permessi il lusso di rifiutare di firmare l’accordo fascista e folle del Fiscal Compact, Regno Unito e Svezia, sono anche tra i pochi fortunati che a suo tempo si erano tenuti ben alla larga dalla tentazione di entrare nella zona euro e non lo faranno di certo né ora né in futuro, anche perché secondo i calcoli dei loro più accreditati analisti finanziari l’eurozona ha ormai solo pochi anni o mesi di vita. Significativo anche il cambio brusco di atteggiamento del presidente francese Hollande, che aveva fatto una crociata contro il Fiscal Compact durante la compagna elettorale per battere Sarkozy e che una volta eletto si è accodato supinamente alla linea del rigore e dell’austerità, dettata non solo dalla Germania ma dalle stesse banche francesi che in qualche modo devono fare pagare a qualcuno i loro debiti irredimibili. E chi saranno mai queste vittime sacrificali? Indovinate un po’? I cittadini e i lavoratori francesi. Con la Francia, che dopo Italia e Spagna, si infilerà anche lei nel tunnel senza fine della recessione, da dove ne uscirà solo dopo l’esplosione definitiva della zona euro. Ormai è soltanto una questione di tempo e i 17 piccoli indiani sono messi tutti in fila per essere stritolati uno alla volta. Avendo chiaro questo deprimente quadro generale, non si può continuare a stare con un piede in due scarpe. I partiti politici, sia di estrema destra che di estrema sinistra, che oggi fanno la voce grossa contro Monti, l’austerità e il Fiscal Compact, ma non si esprimono in alcun modo su un’uscita anticipata e organizzata dall’euro, stanno solamente cercando di prendere tempo e di imbrogliare i loro ingenui elettori, sulla falsariga di Hollande in Francia. Il motivo per cui lo fanno è abbastanza noto, perché i loro maggiori esponenti sono anche gli stessi che qualche anno addietro diedero la loro vile adesione all’ingresso nell’euro, alla svendita dei diritti dei lavoratori, alle privatizzazioni selvagge, ai governi tecnici dei banchieri Ciampi, Amato, Prodi che guidarono la fase convulsa di cancellazione progressiva della sovranità politica, democratica, economica, definendo spesso questo passaggio “un processo storico di unificazione ineludibile”. Questi personaggi non sono quindi credibili come promotori di un rinnovamento parziale, basato sulla modifica dei trattati europei in senso espansivo (banca centrale prestatrice di ultima istanza, governo federale di trasferimento), per il semplice fatto che sanno già che questi cambiamenti non avverranno mai perché la Germania non li vuole. Punto. E’ inutile cercare ancora spazi di mediazione per conquistarsi una propria personale spendibilità nei prossimi governi di centrosinistra o centrodestra, perché questi spazi ormai non esistono più. La manifestazione contro Monti è anche una manifestazione contro tutto ciò che lui rappresenta: l’euro, il comitato d’affari di Bruxelles, i tecnocrati nominati che si sono sostituiti ai politici democraticamente eletti, gli interessi della finanza e delle grandi multinazionali che hanno prepotentemente prevaricato quelli dei cittadini, dei lavoratori dipendenti ed autonomi, delle piccole e medie imprese. Se l’alleanza con questi partiti di estrema sinistra ed estrema destra e con i loro rappresentanti (Ferrero, Di Liberto, Ferrando, Storace etc) può essere utile in chiave tattica per dare una prima spallata al governo Monti, deve essere spezzata subito dopo sul piano strategico quando verrà il momento di rimettere insieme i cocci del paese dopo l’uscita dall’euro, perché non si può procedere alla ricostruzione politica, culturale ed economica dell’Italia con gli stessi personaggi che hanno passivamente appoggiato il periodo di distruzione, l’euro e tutto ciò che ne è conseguito. Come ho già detto in tono più colorito, non si può pretendere che una puttana, capace di crearsi intorno a sé visibilità e carriera politica nel periodo delle vacche grasse, diventi improvvisamente vergine durante il periodo delle ristrettezze e della crisi, togliendosi un po’ di trucco e vestendosi in modo più accollato e meno appariscente. Prima di essere riabilitati al servizio pubblico dello Stato servono anni e anni di mea culpa all’interno di un convento di suore di clausura e poi vedremo se avranno capito cosa significa aderire ad un’unione monetaria all’interno di un’area valutaria non ottimale, come è da sempre stata e sempre lo sarà l’Europa. Purtroppo il dibattito in Italia intorno a tali improrogabili e cruciali questioni viene continuamente inquinato e annacquato anche per la presenza di questi strani personaggi, che hanno costruito le loro fortune intorno alla dialettica della mediazione infinita e senza non saprebbero materialmente da che parte cominciare, mentre è del tutto evidente che in Spagna la protesta è molto più evoluta e matura: non solo No al Fiscal Compact, No al MES, ma anche e soprattutto No all’euro, No al Governo della Finanza, Sì alla Democrazia, perché è ormai assodato che l’euro sia un progetto delle potenti oligarchie finanziarie per impedire una corretta gestione democratica dell’economia e una migliore redistribuzione dei redditi. Cosa che invece in Italia si stenta ancora a capire. Per dirla in altre parole, a Berlino e a Francoforte fanno molto più paura le proteste degli spagnoli e non quelle degli italiani, perché i grafici che vengono tenuti continuamente sotto controllo e che fanno tremare i polsi ai tecnocrati europeisti e ai politicanti collusi sono quelli che rivelano il gradimento dell’euro nel suo complesso e non quelli riferiti ad uno o all’altro accordo vessatorio intergovernativo. Per esempio, nel grafico sotto si può vedere come la fiducia nell’euro dei cittadini dei paesi PIIGS sia crollata dall’iniziale 55% nel 2001 fino all’attuale 25%, mentre di converso la sfiducia nell’euro è aumentata dall’iniziale 26% all’attuale 66%. Un radicale cambio di rotta dell’opinione pubblica che anticipa in un certo senso l’evento storico che presto accadrà e coglierà di sorpresa soltanto gli sprovveduti. Per capire meglio cosa ha significato per l’Italia l’adozione dell’euro, basta citare un solo dato: dal 1981, anno di fatto dell’aggancio rigido all’euro-marco e del divorzio fra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro, ad oggi, ben 15% punti percentuali di PIL sono passati dai redditi da lavoro ai profitti e alle rendite finanziarie, senza che ciò abbia apportato reali benefici al paese, perché l’Italia è la nazione che spende meno in Europa in termini di investimenti in formazione, innovazione, ricerca e sviluppo. Una vera e propria ecatombe, una paralisi. Solo per fare un confronto storico, come si può vedere dal grafico riportato sotto, quando Argentina e Islanda decisero di dichiarare default sul debito estero nel 2001 e nel 2008, rompendo la prima l’aggancio rigido con il dollaro e la seconda nazionalizzando le tre maggiori banche private, hanno assistito negli anni successivi ad un repentino aumento del reddito pro-capite, mentre non appena la Grecia dichiarò virtualmente fallimento nel 2010 ma decise, o meglio fu costretta, a rimanere nella zona euro, è andata incontro ad un ulteriore e prevedibile crollo del reddito pro-capite. Cosa che sta accadendo puntualmente anche in Italia e in Spagna. Per smentire invece la storiella che ancora circola impunemente in Italia sui paesi spendaccioni dei PIIGS che avrebbero vissuto al di sopra delle loro possibilità, basta riascoltare e riflettere con attenzione sulle parole del primo ministro spagnolo Mariano Rajoy, che mettendo le mani avanti ha dichiarato solo qualche giorno fa quanto segue: l’aiuto da €100 miliardi della BCE alle banche spagnole che graverà tutto sui bilanci pubblici, comporterà un aumento del deficit fino al 7,4% del PIL nel 2013, che è considerevolmente superiore rispetto al 6,3% previsto per quest’anno e concordato con l’Unione Europea come limite massimo tollerabile in vista di un pareggio di bilancio che non arriverà mai. Un deficit che si espande dunque a dismisura per ragioni del tutto estranee all'amministrazione della cosa pubblica (altro che corruzione dei ladri di polli delle regioni e delle province, qui stiamo parlando di ben €100 miliardi cash di furto legalizzato). Tralasciando infatti per un attimo la faccenda dei numeri nudi e crudi, il governo non cercherà forse di estorcere nei prossimi anni, con le buone o con le cattive, questi soldi ai cittadini spagnoli per ripianare il buco di bilancio e rimborsare il prestito concesso dalla BCE? Ma se questi soldi andranno tutti in pasto alle banche private, perché non garantiscono loro il rimborso invece di nascondersi dietro il paravento dello stato? Cosa c’entra tutto questo con la pantomima della spesa pubblica fuori controllo di cui noi cittadini dovremmo essere i presunti beneficiari? Non sono sempre stati i tecnocrati neoliberisti i grandi propugnatori di uno scarso intervento dello stato nell'economia? Quindi? Le banche forse non fanno parte del circuito del libero mercato e vivono in un universo parallelo? Ma come già sappiamo il caso spagnolo è emblematico soprattutto per un altro motivo: ancora prima dell’ingresso nell’euro, a partire dal 1996, il governo della Spagna si è distinto per essere il più virtuoso d’Europa, portando il suo debito pubblico dal 65% fino al 38% del PIL nel 2007, ben al di sotto del limite del 60% richiesto dai tecnocrati europeisti per accedere all’unione monetaria. Eppure questa estrema virtù pubblica della Spagna non è servita a nulla quando è scoppiata la crisi del vizio privato, dovuta principalmente alla lasciva facilità con cui le banche concedevano prestiti senza garanzie, alla bolla immobiliare, alle insolvenze a catena, ai licenziamenti di massa e allo stato che si è visto costretto ad andare in soccorso delle banche, ad aumentare i sussidi di disoccupazione, a tagliare le spese, ad incassare meno tasse, a fare esplodere il suo debito pubblico fino alla quota insostenibile per le casse spagnole del 90% attuale (vedi grafico sotto). Ma qualcuno potrebbe spiegarmi il nesso fra la parola spendaccione e la volontà arbitraria o coatta di dover salvare i propri istituti bancari falliti? Se un paese è stato virtuoso fino a poco prima di diventare vizioso per aiutare le banche, qual è esattamente la sua colpa? Ma soprattutto, siamo ancora certi che il benessere e la solidità di una nazione dipenda esclusivamente dalla virtù pubblica, mentre nulla è dovuto e deve essere controllato sul lato del vizio privato? Ecco, io andrò alla Manifestazione del 27 ottobre a Roma portandomi dietro tutte queste considerazioni e questi dati nella testa, mentre altri penseranno che rinegoziando il Fiscal Compact (con “chi” bisogna ancora capirlo, visto che nessuno, tanto meno la Germania o le commissioni europee varie, si è mai reso disponibile a rinegoziarlo) si possa dare avvio al luminoso periodo di trasformazioni epocali che porterà un giorno molto lontano agli Stati Uniti d’Europa (un luogo utopico che esiste solo nella loro testa). Per me, il No Monti! equivale chiaramente al No Euro!, mentre per altri significherà forse rimettere in piedi quella “gioiosa macchina da guerra” della sinistra progressista (cosa vuol dire ancora non l’ho capito, perché non esiste nulla di progressista nel farsi spennare come polli dai banchieri in nome del totem di una moneta unica che “tecnicamente” non funziona) che portò dritto alla disfatta elettorale di Achille Occhetto nel 1994. Fatte queste debite premesse, riporto di seguito il comunicato del comitato promotore del No Monti Day, che è condivisibile in molte sue parti tranne la solita precisazione di partenza: euro e austerità sono la stessa cosa, quindi bisognerebbe decidersi una buona volta nella vita da che parte stare. Se poi non si vuole uscire dall’euro per paura di perdere la possibilità di rientrare in parlamento dalla porta secondaria o perché funestati dai fantasmi della svalutazione e dell’inflazione che dilapiderebbero la pensione della nonna, ecco che, finita la manifestazione, le nostre strade si divideranno presto all’incrocio con Trinità dei Monti-bis. Sperando che non ci siano i soliti idioti o infiltrati a creare caos e sconquassi vari, utili soltanto a rafforzare le ragioni e il paternalismo dei nostri usurpatori. “Siamo persone che lottano, organizzazioni sociali e sindacali, forze politiche e movimenti civili, e ci siamo assunti l'impegno di dare voce e visibilità alle tante e ai tanti che rifiutano e contrastano Monti e la sua politica di massacro sociale, dando vita il 27 ottobre a Roma a una giornata di mobilitazione nazionale, NO MONTI DAY. Scendiamo in piazza per dire: NO a Monti e alla sua politica economica che produce precarietà, licenziamenti, disoccupazione e povertà, no alle controriforme liberiste, oggi e domani. NO all'Europa dei patti di stabilità, del Fiscal Compact, dell'austerità e del rigore, che devastano da anni la Grecia e ora l'Italia. NO all'attacco autoritario alla democrazia, no alla repressione contro i movimenti ed il dissenso, no allo stato di polizia contro i migranti. SI’ al lavoro dignitoso, allo stato sociale, al reddito, per tutte e tutti, nativi e migranti. SI’ ai beni comuni, alla scuola e alla ricerca pubblica, alla salute e all'ambiente, a un'altra politica economica pagata dalle banche, dalla finanza, dai ricchi e dal grande capitale, dal taglio delle spese militari e dalla cancellazione delle missioni di guerra, dalla soppressione dei privilegi delle caste politiche e manageriali, sì alla cancellazione di tutti i trattati che hanno accentrato il potere decisionale nelle mani di una oligarchia. SI’ alla democrazia nel paese e nei luoghi di lavoro, fondata sulla partecipazione, sul conflitto e sul diritto a decidere anche sui trattati europei. Vogliamo manifestare per mostrare che, nonostante la censura del regime informativo montiano, c'è un'altra Italia che rifiuta la finta alternativa tra schieramenti che dichiarano di combattersi e poi approvano assieme tutte le controriforme, dalle pensioni, all'articolo 18, all'IMU, alla svendita dei beni comuni, così come c'è un'altra Europa che lotta contro l'austerità e i trattati UE. Un'altra Italia che lotta per il lavoro senza accettare il ricatto della rinuncia ai diritti e al salario, che difende l'ambiente ed il territorio senza sottomettersi al dominio degli affari. Un'altra Italia che lotta per una democrazia alternativa al comando autoritario dei governi liberisti e antipopolari europei primo fra tutti quello tedesco, della BCE, della Commissione Europea e del FMI, del grande capitale e della finanza internazionale. Promuoviamo una manifestazione chiara e rigorosa nelle sue scelte, che porti in piazza a mani nude e a volto scoperto tutta l'opposizione sociale a Monti e a chi lo sostiene, per esprimere il massimo sostegno a tutte le lotte in atto per i diritti, l'ambiente ed il lavoro, dalla Valle Susa al Sulcis, da Taranto a Pomigliano, dagli inidonei e precari della scuola, da Cinecittà occupata ai tanti esempi di cultura condivisa come il Teatro Valle occupato e le tante altre in giro per l'Italia, a tutte e tutti coloro che subiscono i colpi della crisi. Vogliamo che la manifestazione, che partirà alle 14,30 da Piazza della Repubblica, si concluda in Piazza S. Giovanni con una grande assemblea popolare, ove si possa liberamente discutere di come dare continuità alla mobilitazione. Proponiamo a tutte e tutti coloro che sono interessati a questo percorso di costruirlo assieme, specificandone e ampliandone i contenuti, fermi restando i punti di partenza e le modalità qui definiti.” |
sabato 27 ottobre 2012
27 OTTOBRE 2012 NO MONTI DAY
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«Abbiamo superato tutte le aspettative» piazza San Giovanni a Roma, il 27 ottobre, davanti a una folla di 150 mila persone, con altre che continuavano ad arrivare come un fiume, a conclusione del corteo per il "no Monti day". E infatti è stato proprio così: nonostante le pessime previsioni del tempo, nonostante la manifestazione fosse "blindata" dalla polizia che ha chiuso le strade laterali al percorso, e si fosse diffusa la voce già due giorni prima che la manifestazione fosse a rischio di scontri violenti a causa dei soliti "infiltrati", la partecipazione è stata massiccia. Una manifestazione completamente autofinanziata, che è costata appena 6000 euro, ci tengono a precisare gli organizzatori.
RispondiEliminaIl corteo, composto dal comitato nazionale No Debito, con i sindacati di base Cobas e Usb, Sinistra Critica, Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani, i forum per l'acqua pubblica, i centri sociali e i No Tav della Val di Susa, decine di gruppi spontanei, studenti, insegnanti e precari della scuola, è partito alle 14,30 da un'assolata piazza della Repubblica, e quando la coda è partita, la testa era già all'imbocco di via Merulana. Una folla rumorosa e pacifica esibiva cartelli contro i tagli alla scuola, contro "Siamo tutti sulla stessa barca, allora ammutiniamoci", contro il governo Monti "Monti ma come te smonti", cantava "Bandiera Rossa" e l'immancabile "Bella Ciao". Un pupazzo di gommapiuma riassume efficacemente il pensiero di tutti i presenti: una piovra che rappresenta questa volta non più la mafia come al tempo di Tangentopoli, ma la finanza globale, governa come marionette i capi di Stato Europei. Il fiume di persone, è passato rumoroso e pacifico nella lunghissima via Merulana, senza neanche sfiorare la banca Fincotex, che mostra una gigante insegna "mutui e prestiti". Solo a conclusione della manifestazione, durante la quale alcuni ragazzi hanno lanciato delle uova contro la sede Unipol di via Cavour e l'assessorato alle politiche sociali e della salute di Roma, un folto gruppo di studenti si è diertto alla Tangenziale Est e all'accesso alla A32, bloccandoli e mandando in tilt il traffico.
«Il debito pubblico con il governo Monti non è diminuito ma è aumentato, - ha detto Piero Bernocchi, leader dell'Unione Sindacale di Base, nel suo intervento al termine del corteo – Ci sono 2000 nuovi disoccupati al giorno. Ma se non lo mandiamo via noi, lui da solo non se ne va. Se ne deve andare perché è un sostenitore del fiscal compct che fa in modo che il Parlamento non conta più niente. E perché ha dei ministri che sfottono chi sta in disgrazia, con la Fornero che dice che i precari sono troppo esigenti: ma se si lavora a salari cinesi!» «Siamo molto critici nei confronti dei sindacati» «L'apatia che c'è in Italia non è vera, esistono decine di lotte,ma è costruita da Cgil Cisl e Uil. La Cgil ha le mani legate perché è sorretta da Bersani, che sostiene il governo Monti e non può fare uno sciopero generale. Il Pd e Pdl sostengono il governo Monti che ha dato 1600 miliardi alle banche d'Italia. Noi vogliamo un referendum europeo per decidere dove fare tagli e investimenti, non vogliamo un governo commissariato dall'Ue che distrugge lo stato sociale e i diritti del lavoro» No Monti Day – a creare un punto di partenza per lottare collettivamente ed essere protagonisti. Invitiamo a portare avanti questa unità ogni giorno sui luoghi d lavoro e di studio, per dire "io non accetto" questa politica che è un massacro sociale senza precedenti». E ci si dà appuntamento al 14 ottobre, che vuole essere una giornata di manifestazioni e di sciopero generale contemporaneo in Portogallo, Spagna, Francia, Italia e Grecia.