La crisi è colpa dei
corrotti
Altro che articolo 18: in l'economia non cresce a causa dei troppi ladri e dei furbetti, sia nella politica sia nelle imprese. Non è un'opinione, parlano i dati. E finché non ci sarà una rivoluzione morale, non ne usciremo.
I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela
-gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche
loschi». Sono passati 22 anni da Tangentopoli . La Democrazia cristiana non c'è
più, il Partito comunista nemmeno.
NON E'
SOLO LA MIA OPINIONE
:
sono
i dati a dirlo. Nei paesi in cui c'è maggiore fiducia nell'onestà dei propri
concittadini le imprese sono più grandi. Il motivo è che un proprietario delega
i suoi poteri solo quando si fida del dipendente, perché tanto più delega,
quanto più è il rischio che un dipendente infedele ne approfitti: rubando o
arricchendosi alle sue spalle. L'impossibilità di delegare dovuta alla mancanza
di fiducia forza le imprese a rimanere piccole. Per questo non si espandono,
per questo non vogliono cedere il controllo, che vale nel nostro paese molto di
più che negli altri. La mancanza di fiducia diffusa impedisce anche i
meccanismi di selezione meritocratica. Se temo che il manager sia infedele,
scelgo il nipote, il parente, l'amico anche quando costoro sono meno
competenti. Per questo la qualità dei manager non è sempre delle migliori: in
Italia la fedeltà fa premio sulla competenza. Perché in Italia non ci si può
fidare? Perché un sondaggio tra i manager dei principali paesi europei colloca
quelli italiani all'ultimo posto nella classifica dei colleghi di cui ci si può
fidare? Perché in Italia prevale la cultura della furbizia invece che quella
dell'onestà. In Italia il conflitto di interessi è così diffuso da non essere
neppure percepito come un problema, se non per motivi politici .
La politica non è riuscita a essere all’altezza della propria funzione, ha fallito nel compito di modernizzare l’Italia e attrezzarla per le sfide future e, sotto il ricatto della crisi economica, ha abdicato ai cosiddetti tecnici la responsabilità di governare. Siamo la sola democrazia occidentale ad avere avuto un governo non scelto dai cittadini. Si sta cercando con trucchi ridicoli di procrastinare questa sospensione della sovranità popolare con un Presidente del consiglio che si ostina a non volersi candidare e a voler fare il premier, come se quel ruolo fosse conferito da autorità diverse dal popolo italiano. Per ripartire è necessario lanciare una sfida nuova, voltare pagina e liberare tutte le energie disponibili, talvolta sommerse, talaltra volutamente soffocate.
Serve rivoluzionare l’Italia,
cambiare una classe politica non per selezione anagrafica, perché si rischia di
perdere forze preziose e minare quel patto tra generazioni su cui si deve
fondare un progetto comunitario, ma per merito, laboriosità, passione civica,
competenza.
Occorre mandare in pensione chi
ha fallito, non chi è anziano, chi ha imbrogliato, ha avuto l’opportunità di
risolvere i problemi e non l’ha saputo fare. Non vogliamo sfasciare, vogliamo
rigenerare un’Italia all’altezza delle
criticità del nostro tempo.
Una rivoluzione che metta lo
Stato al servizio della persona per liberare energie, far emergere le volontà e
investire sul talento, per abbattere le mura di quei privilegi che la prima
Repubblica ha stratificato e la seconda non ha saputo scalfire.
L’Italia che abbiamo ereditato è
una nazione bloccata, destinata alla senilità precoce, dove merito e capacità
faticano a imporsi e l’impegno raramente è premiato.
Dobbiamo reagire a tutto questo e
per farlo i cittadini devono rendersi attivi nella vita politica e sociale di
questo paese.
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