domenica 11 agosto 2013

La crisi è colpa dei corrotti

Altro che articolo 18: in l'economia non cresce a causa dei troppi ladri e dei furbetti, sia nella politica sia nelle imprese. Non è un'opinione, parlano i dati. E finché non ci sarà una rivoluzione morale, non ne usciremo.


I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela -gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi». Sono passati 22 anni da Tangentopoli . La Democrazia cristiana non c'è più, il Partito comunista nemmeno.
Ma la questione morale resta, anzi si è metastatizzata nel settore privato. Non si tratta più solo di politici che prendono soldi per finanziare illecitamente i loro partiti. Non ci si limita neanche ai politici che favoriscono gli amici, ricevendone in cambio vacanze, denaro, perfino case. Il cancro ha raggiunto ogni aspetto della società civile. I banchieri sono accusati di prendere mazzette per concedere credito, perfino i calciatori sono accusati di percepire tangenti per perdere le partite. Da tema solamente politico, la questione morale è diventata una questione economica: la causa ultima del mancato sviluppo dell'ultimo decennio. Se le nostre imprese non crescono, non è tanto per il famigerato articolo 18, ma per l'amoralità economica diffusa nel nostro paese. 

NON E' SOLO LA MIA OPINIONE 
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sono i dati a dirlo. Nei paesi in cui c'è maggiore fiducia nell'onestà dei propri concittadini le imprese sono più grandi. Il motivo è che un proprietario delega i suoi poteri solo quando si fida del dipendente, perché tanto più delega, quanto più è il rischio che un dipendente infedele ne approfitti: rubando o arricchendosi alle sue spalle. L'impossibilità di delegare dovuta alla mancanza di fiducia forza le imprese a rimanere piccole. Per questo non si espandono, per questo non vogliono cedere il controllo, che vale nel nostro paese molto di più che negli altri. La mancanza di fiducia diffusa impedisce anche i meccanismi di selezione meritocratica. Se temo che il manager sia infedele, scelgo il nipote, il parente, l'amico anche quando costoro sono meno competenti. Per questo la qualità dei manager non è sempre delle migliori: in Italia la fedeltà fa premio sulla competenza. Perché in Italia non ci si può fidare? Perché un sondaggio tra i manager dei principali paesi europei colloca quelli italiani all'ultimo posto nella classifica dei colleghi di cui ci si può fidare? Perché in Italia prevale la cultura della furbizia invece che quella dell'onestà. In Italia il conflitto di interessi è così diffuso da non essere neppure percepito come un problema, se non per motivi politici . 

La politica non è riuscita a essere all’altezza della propria funzione, ha fallito nel compito di  modernizzare l’Italia e attrezzarla per le sfide future e, sotto il ricatto della crisi economica, ha  abdicato ai cosiddetti tecnici la responsabilità di governare.  Siamo la sola democrazia occidentale  ad avere avuto un governo non scelto dai cittadini. Si sta cercando con trucchi ridicoli di  procrastinare questa sospensione della sovranità popolare con un Presidente del consiglio che si  ostina a non volersi candidare e a voler fare il premier, come se quel ruolo fosse conferito da  autorità diverse dal popolo italiano. Per ripartire è necessario lanciare una sfida nuova, voltare pagina e liberare tutte le energie disponibili, talvolta sommerse, talaltra volutamente soffocate.

Serve rivoluzionare l’Italia, cambiare una classe politica non per selezione anagrafica, perché si rischia di perdere forze preziose e minare quel patto tra generazioni su cui si deve fondare un progetto comunitario, ma per merito, laboriosità, passione civica, competenza. 
Occorre mandare in pensione chi ha fallito, non chi è anziano, chi ha imbrogliato, ha avuto l’opportunità di risolvere i problemi e non l’ha saputo fare. Non vogliamo sfasciare, vogliamo rigenerare un’Italia all’altezza    delle criticità del nostro tempo.

Pretendiamo che la politica torni a essere impegno civico, passione per le idee e la loro affermazione, volontà di costruire un modello sociale compatibile con i valori per cui ci si batte. Cerchiamo il confronto, ma non nascondiamo le differenze in ossequio ad un relativismo etico che annulla le identità. Vigiliamo perché l’impegno nella cosa pubblica non sia mai più veicolo per il raggiungimento di ambizioni personali.
Una rivoluzione che metta lo Stato al servizio della persona per liberare energie, far emergere le volontà e investire sul talento, per abbattere le mura di quei privilegi che la prima Repubblica ha stratificato e la seconda non ha saputo scalfire.
L’Italia che abbiamo ereditato è una nazione bloccata, destinata alla senilità precoce, dove merito e capacità faticano a imporsi e l’impegno raramente è premiato.
Dobbiamo reagire a tutto questo e per farlo i cittadini devono rendersi attivi nella vita politica e sociale di questo paese.


                           
       






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